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abc-blackboard300pxQuesta mattina, prima dell’inizio della riunione della chiesa di cui facciamo parte, mio figlio di 6 anni mi ha detto: “Papà, sai cos’è la riunione? E’ dove si impara Dio!”.

Questa osservazione, così chiara e sintetica, mi ha portato a riflettere a lungo. Agli occhi di un bambino, la riunione è il posto dove si “impara” Dio…

Mi sono chiesto (e voglio estendere queste domande a chi legge): quale immagine di Dio danno le nostre riunioni? Cosa imparano di Dio i nostri bambini attraverso quello che facciamo? Cosa imparano dai nostri canti, le nostre preghiere, le nostre predicazioni? Cosa imparano dai nostri saluti, le nostre conversazioni, i nostri volti?

Dio ci aiuti a conoscerlo meglio e ad insegnare ai nostri bambini (e non solo!) chi Lui è veramente.

photo: http://thetyee.cachefly.net

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“Non è un caso che innalzare Cristo e la gloria del Padre sia il modo migliore per cambiare il comportamento. La predicazione “moralista” senza una base teologica sembra un rimprovero continuo a “fare di più, fare meglio” e usa il senso di colpa per motivare il comportamento (una discutibile pratica pastorale che produce solo un cambiamento temporaneo). Al contrario, la visione di Dio suscita santi affetti, che sono la sede della volontà, e forma una visione del mondo profondamente Cristiana.”

Tratto da “Preaching with Variety” di J.D. Arthurs

prayer2L’uomo che studia teologia [..] dovrebbe fare molta attenzione se progressivamente inizia a pensare in terza persona piuttosto che in seconda persona. Sapete cosa intendo per questo. Questa transizione da un livello di pensiero all’altro, da un personale relazione con Dio ad un riferimento a Lui puramente tecnico, di solito avviene nel momento in cui non leggo più le Sacre Scritture come una parola per me, ma solo come l’oggetto dei miei sforzi esegetici (ndt. di studio del testo). Questo è il primo passo verso il peggiore e più diffuso dei mali nel servizio cristiano, che si verifica in quanto spesso il predicatore trova difficile esporre il testo come una lettera che è stata scritta a lui, ma lo legge sotto l’impulso della domanda: “Come potrebbe questo essere usato in un messaggio?”. [..]

In sintesi, il metodo teologico è caratterizzato dal prendere in considerazione che Dio ha parlato e che ora quello che Dio ha detto richiede la nostra comprensione e la nostra risposta. Ma la comprensione è possibile solo quando riconosco che quello che è stato detto è diretto a me e quando sono coinvolto nel formulare una risposta. Solo nel dialogo il metodo teologico può essere compreso. [..]

Considerate che la prima volta in cui qualcuno parlò di Dio in terza persona e perciò non più con Dio, ma di Dio, è stato proprio il momento in cui risuonò la domanda: “Come? Dio vi ha detto di non…?” (cfr. Genesi 3:1). Questo fatto dovrebbe farci riflettere.

In contrasto, il Gesù crocifisso, nella più profonda oscurità dell’abbandono di Dio, non parla agli uomini, né si lamenta di questo Dio che lo ha abbandonato. Parla a Lui come “mio Dio” ed esprime il suo stesso lamento in una espressione della Parola di Dio, in modo che il “cerchio” tra Lui e il Padre sia completo. Anche questo dovrebbe farci riflettere.

Tratto da “A little Exercise for Young Theologians” (Un piccolo esercizio per giovani studenti di teologia) di Helmut Thielicke.

item_8482511-400x250Ho sentito più volte fare riferimento al titolo di questo famoso libro come la sintesi di un approccio alla vita in cui si fa, si sceglie e si decide in base a quello che il proprio cuore desidera.

Ho anche sentito altri citare questo titolo e affermare che non dobbiamo andare dove ci porta il cuore, perchè in questo modo potremmo fare scelte dannose e pericolose.

Di fronte  a questo, la mia domanda, però, è: ma possiamo veramente non andare dove ci porta il nostro cuore?

Nel libro dei Proverbi (Pr 4:23) è scritto che “dal cuore provengono le sorgenti della vita”. Il cuore, inteso come la sede dei nostri affetti (non solo delle nostre emozioni o sentimenti), è il centro della nostra persona. L’uomo è prima di tutto un essere che ama e risponde all’amore, in quanto creato all’immagine di un Dio che è in stesso amore.

Ora, ciò che determina e dirige la vita dell’uomo, ciò che fa veramente la differenza è l’oggetto del nostro amore. Paolo descrive gli uomini (2Ti 3)come amanti di sè stessi (egoisti), del denaro, del piacere… anzichè di Dio. L’uomo, creato per amare Dio, ha rivolto il suo amore verso sè stesso e per questo dal suo cuore, come disse Gesù (Mr 7:20-23), nascono “cattivi pensieri, fornicazioni, furti, omicidi…”.

Ma cosa accade nel cuore di chi è nato di nuovo per la fede in Gesù? “L’amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo” (Ro 5:5) ed è questo amore (non i nostri sforzi o la nostra volontà) che può produrre ora nella nostra vita un frutto di pace, gioia, bontà (Ga 5:22).

Ritornando quindi alla domanda iniziale, possiamo veramente non andare dove ci porta il nostro cuore? Se anche in determinati momenti e circostanze possiamo farlo per un certo tempo, la risposta che vedo nelle Bibbia è… no. Noi andiamo dove ci porta il nostro cuore, perchè così siamo stati fatti. Noi andiamo verso quello che è l’oggetto del nostro amore e verso le cose che l’oggetto del nostro amore desidera. 

Quali possono essere le implicazioni di questo nella tua vita? Quali possono essere le applicazioni nel tuo parlare, incoraggiare e anche predicare agli altri?

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