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Essere un cristiano consiste, prima di tutto, nel ricevere, chiedere e dipendere.

E’ quando non ti senti bisognoso (e, di conseguenza, preghi poco) che la tua comprensione della realtà viene meno e pensi e ti comporti in un modo che non è cristiano. Infatti, se cresci come cristiano, dovresti sentirti non più autosufficiente, ma ancora più bisognoso. Se così non è, non sono sicuro che tu stia crescendo spiritualmente. Quando senti veramente il bisogno di dipendere da Dio, invece, la preghiera nasce spontaneamente.

Tratto da: “Enjoy your prayer life” di Michael Reeves

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Nella lettera ai credenti di Roma (Ro 1:15), Paolo scrive di essere pronto ad annunciare il Vangelo anche a loro. Ora, perché l’apostolo voleva predicare il Vangelo a persone che avevano già creduto? Non vi erano altri argomenti più importanti, più utili per la loro vita cristiana, la loro crescita e santificazione?

Questo desiderio di Paolo ci ricorda quanto sia fondamentale il Vangelo non solo per la salvezza dell’uomo, ma anche per la vita di chi è già salvato. Non a caso, infatti, la prima parte di molte delle sue lettere (ad esempio, la stessa lettera ai Romani) è dedicata proprio all’esposizione di quello che Dio ha fatto in Cristo e alle benedizioni che derivano dalla Sua opera. Solo successivamente, Paolo mostra nella pratica com’è la vita di chi è stato trasformato dalla grazia di Dio.

Abbiamo un assoluto bisogno di predicare anche noi oggi il Vangelo e non solo a chi ancora non crede, ma anche a chi crede. Altrimenti, corriamo il rischio di fare come i credenti della Galazia che, dopo aver “cominciato con lo Spirito”, volevano “raggiungere la perfezione con la carne” (Ga 3:3), dimenticando che come Dio ci ha salvato, così ci fa anche crescere e maturare: non mediante i nostri sforzi, ma mediante il Suo Spirito.

Come un caro amico mi ha recentemente ricordato, abbiamo sempre più bisogno di messaggi biblici che ci ricordino quello che Dio ha fatto, prima ancora di quello che noi possiamo fare per Dio.

 

“Non è un caso che innalzare Cristo e la gloria del Padre sia il modo migliore per cambiare il comportamento. La predicazione “moralista” senza una base teologica sembra un rimprovero continuo a “fare di più, fare meglio” e usa il senso di colpa per motivare il comportamento (una discutibile pratica pastorale che produce solo un cambiamento temporaneo). Al contrario, la visione di Dio suscita santi affetti, che sono la sede della volontà, e forma una visione del mondo profondamente Cristiana.”

Tratto da “Preaching with Variety” di J.D. Arthurs

prayer2L’uomo che studia teologia [..] dovrebbe fare molta attenzione se progressivamente inizia a pensare in terza persona piuttosto che in seconda persona. Sapete cosa intendo per questo. Questa transizione da un livello di pensiero all’altro, da un personale relazione con Dio ad un riferimento a Lui puramente tecnico, di solito avviene nel momento in cui non leggo più le Sacre Scritture come una parola per me, ma solo come l’oggetto dei miei sforzi esegetici (ndt. di studio del testo). Questo è il primo passo verso il peggiore e più diffuso dei mali nel servizio cristiano, che si verifica in quanto spesso il predicatore trova difficile esporre il testo come una lettera che è stata scritta a lui, ma lo legge sotto l’impulso della domanda: “Come potrebbe questo essere usato in un messaggio?”. [..]

In sintesi, il metodo teologico è caratterizzato dal prendere in considerazione che Dio ha parlato e che ora quello che Dio ha detto richiede la nostra comprensione e la nostra risposta. Ma la comprensione è possibile solo quando riconosco che quello che è stato detto è diretto a me e quando sono coinvolto nel formulare una risposta. Solo nel dialogo il metodo teologico può essere compreso. [..]

Considerate che la prima volta in cui qualcuno parlò di Dio in terza persona e perciò non più con Dio, ma di Dio, è stato proprio il momento in cui risuonò la domanda: “Come? Dio vi ha detto di non…?” (cfr. Genesi 3:1). Questo fatto dovrebbe farci riflettere.

In contrasto, il Gesù crocifisso, nella più profonda oscurità dell’abbandono di Dio, non parla agli uomini, né si lamenta di questo Dio che lo ha abbandonato. Parla a Lui come “mio Dio” ed esprime il suo stesso lamento in una espressione della Parola di Dio, in modo che il “cerchio” tra Lui e il Padre sia completo. Anche questo dovrebbe farci riflettere.

Tratto da “A little Exercise for Young Theologians” (Un piccolo esercizio per giovani studenti di teologia) di Helmut Thielicke.

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